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Vi siete mai chiesti come lavorano i traduttori? Come procedono per tradurre quelle trecento/quattrocento pagine di libro che fra qualche mese voi vi ritroverete tra le mani in italiano?
Come direbbe lo spazzino di Momo*, il libro di Michael Ende:
Momo“Vedi, Momo […] è così: certe volte si ha davanti una strada lunghissima. Si crede che è troppo lunga; che mai si potrà finire […]. E allora si comincia a fare in fretta. E sempre più in fretta. E ogni volta che alzi gli occhi vedi che la fatica non è diventata di meno. E ti sforzi ancora di più e ti viene la paura e alla fine resti senza fiato… […]. Non si deve mai pensare alla strada tutta in una volta, tutta intera, capisci? Si deve soltanto pensare al prossimo passo, al prossimo respiro, al prossimo colpo di scopa. […] E di colpo uno si accorge che, passo dopo passo, ha fatto tutta la strada. Non si sa come… e non si è senza respiro.”
Bella citazione vero?
Io trovo che sia un ottimo approccio a un sacco di cose, fra le quali, appunto, anche la traduzione. Perché un libro è fatto di tante pagine, tantissime parole. Un numero infinito di parole. E come ci si organizza per arrivare dalla parola uno alla parola xxxxxxx?
Nella mia esperienza ho contato tre categorie principali di traduttori e, quindi, altrettanti metodi di lavoro (anche se uno non lo si può tanto definire “metodo”).
Queste tre categorie sono i razionali, i ponderatori i procrastinatori. Attenzione però, è molto raro appartenere a una categoria pura. Spesso, la realtà è che i traduttori tendono a ricadere un po’ in una, un po’ nell’altra.
All’inizio di un lavoro, infatti, tutti i traduttori sono (o cercano di essere) piuttosto razionali. Calcolano il numero di pagine di un libro e il numero di giorni a loro disposizione per tradurle, dividono le prime per i secondi e trovano, ovviamente, quante pagine dovranno tradurre al giorno per completare la prima stesura e avere tempo a sufficienza per revisionarla. Ipotizzando tre mesi di tempo per tradurre un testo di trecento pagine, e volendosi assicurare un mese per la revisione, il calcolo è presto fatto. Trecento pagine diviso quaranta (cinque giorni, per quattro settimane, per due mesi) sono sette pagine e mezzo al giorno, che possono abbassarsi a sei se decidono di lavorare anche il sabato e a cinque se sacrificano al lavoro anche la domenica. Ma perché un traduttore dovrebbe lavorare anche di sabato e di domenica? Ci arriverò.Questione di metodo2
Una volta stabilito che dovrà tradurre sette pagine e mezzo al giorno, il traduttore razionale si mette all’opera. Ma a questo punto ecco che  si manifesta una delle sue due nature nascoste. Quella del ponderatore o quella del procrastinatore. Il primo non riesce ad abbandonare una frase se non è perfetta, se non scorre naturale, precisa nel significato, nella sintassi, nel suono. E quindi si sofferma a invertire l’ordine delle parole, a sostituire lemmi, a perfezionare punteggiature, a svolgere ricerche online per appurare, verificare, risolvere, tanto che spesso, delle sette pagine e mezzo da tradurre riesce a completarne a malapena la metà. Ma pazienza, tanto di tempo ce n’è! Il procrastinatore invece è quello che sa di avere davanti quaranta giorni di lavoro, ma fiducioso delle sue capacità e sprezzante del pericolo pensa: se in un giorno riesco a tradurre sette pagine e mezzo, vuoi che non riesca a tradurne dieci? E così succede che oggi, invece di tradurre le pagine previste, finisce di leggere quel certo libro così interessante; domani frequenta un seminario di aggiornamento; dopodomani è una bella giornata e va al lago a rilassarsi un po’. Il risultato? Che spesso ponderatori e procrastinatori si ritrovano ad affrontare lo stesso problema. I quaranta giorni sono trascorsi e loro non hanno finito la prima stesura della traduzione, quindi non possono fare altro che erodere il restante mese che in teoria avrebbero dovuto dedicare alla revisione e rinunciare ai sabati e alle domeniche (visto? ve l’avevo detto che ci saremmo arrivati!) per rispettare i tempi di consegna.

Ph. Geir Halvorsen

Ph. Geir Halvorsen

Ma non è finita qui. Oltre al razionale, al ponderatore e al procrastinatore, esistono altre categorie minori, molto pittoresche. Per esempio, c’è l’ansioso che preferisce dormire sonni tranquilli e arriva in fretta alla fine della prima stesura, producendo quello che è più un canovaccio di massima su cui ragionare in revisione. C’è il previdente scaramantico, che legge la sera prima le sette pagine e mezzo che tradurrà il giorno dopo, appuntando a margine osservazioni, sottolineando termini da cercare, evidenziando giochi di parole, nella speranza che il sonno porti consiglio e un qualche aiuto su come tradurre ciò che sembra intraducibile. C’è l’indeciso, che dissemina la traduzione di opzioni da vagliare in fase di revisione, per cui le sue frasi appaiono un po’ così: Jane entrò nella casa/abitazione/villa e si ritrovò in un ingresso/corridoio/vestibolo buio e silenzioso. C’è il tecnologico, che non usa supporti cartacei neanche se deve lavorare su un’isola deserta e quindi apre file originale, traduzione e dizionari solo in formato digitale. C’è il nostalgico catastrofista che preferisce avere tutto su carta, metti che il computer esplode o non c’è ADSL. C’è chi tiene gli interrogativi irrisolti da parte e li sottopone alle liste di traduzione tutti in una volta con mail chilometriche, chi chiede aiuto ai colleghi con mail stillicidio. C’è il traduttore sociale, che immediatamente prende contatti con l’autore per discutere con lui dei contenuti del libro e il traduttore orso, che non contatterebbe un autore nemmeno sotto tortura.
Insomma, tanti traduttori, tanti metodi di lavoro.
E voi, ne conoscete altri? Se siete traduttori, come traducete?

*Momo, Michael Ende Longanesi 1981 Trad. Daria Angeleri