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requiemIn realtà, la battuta completa sarebbe:
«Qual è l’autore migliore per un traduttore?»
«Quello morto.»
Così almeno intitola spiritosamente un suo post Sophie Képès, parlando delle possibili difficoltà che incontrano i traduttori.
Ma da cosa nasce questa battuta?
Principalmente dal fatto che un autore, che per definizione è un tizio un po’ malato di protagonismo, se no non penserebbe che le sue parole meritino di essere tramandate ai posteri, teme sempre che nella traduzione si perdano elementi fondamentali, insostituibili, vitali della sua opera.
Principalmente, l’autore pensa che nessuno possa capire la vera essenza del suo libro, tranne lui (e quei centomila, duecentomila lettori minimi sindacali che spera di accalappiare, i quali però leggono le sue parole così come lui le ha scritte, senza filtri o interferenze ingombranti). E che quindi, per definizione, non esista alcun traduttore abbastanza in gamba da coglierla, figurarsi trasferirla in un’altra lingua.
Insomma, a chi di noi non è mai capitato di assistere alla presentazione di un libro in cui l’autore assonnava il pubblico con la lettura monotona e monocorde di quindici pagine di prosa fitta e incomprensibile? Noi ci annoiavamo a morte, lui pensava di declamare un capolavoro.
Ecco, prendiamo questo autore e ipotizziamo che (ipotesi per molti versi balzana, visto l’andazzo dell’editoria di casa nostra, dove a diecimila titoli esteri tradotti in italiano, corrispondono grossomodo novecento titoli italiani tradotti all’estero), contro ogni pronostico, il suo capolavoro venga acquistato, che so, da una casa editrice di Katmandu.
Ecco, pensate quali incubi notturni e diurni possono tormentare un autore così, nel momento in cui gli dicono che la sua creatura verrà tradotta in nepalese. Mentre si rigira tra le lenzuola, si immaginerà un traduttore dalla pelle ambrata, gli occhi allungati, che con una penna di bambù e un dizionario italiano-nepalese pubblicato nel lontano 1964 cerca di tradurre: s’involava il pensiero libero nel sonno, come una molecola di razionalità persa tra le soffici nubi di sogno.
Nessuno, gli pare, può essere in grado di rendere una tale liricità, una tale originalità.snoopy scrittore 1
E da lì a voler verificare di persona se la traduzione è lirica e, ora che ci pensa, persino un filo commovente come l’originale il passo è breve. Peccato che il nepalese non sia una lingua conosciutissima e quindi, il nostro autore, che abita a Cesana Brianza, sarà praticamente obbligato a fidarsi del lavoro della casa editrice di Katmandu, quanto a traduzione, editing, correzione di bozze ecc.
L’unica cartina di tornasole saranno le recensioni. Lui ovviamente, davanti a cotanto libro, se le aspetta copiose e positive. E se dovessero arrivare copiose ma negative, o anche solo negative e basta, difficilmente penserà che, ciò che nessuno ha osato dirgli in patria, glielo stanno urlando forte e chiaro dal Nepal. Penserà che la colpa è di una traduzione fatta da cani. Lo penserà, ci perderà il sonno (altro sonno) ma, molto probabilmente, non potrà mai dimostrarlo.
Quante probabilità ci sono, infatti, che il nostro autore di Cesana Brianza abbia origini nepalesi, tipo dei trisnonni arrivati in Italia nel lontano 1894, per ammirare i canneti del lago di Pusiano e mai più ripartiti, e quindi “mastichi” il nepalese quel tanto che basta per capire che s’involava libero nel sonno ecc… è diventato si voltava il libro nel sonno, ecc… Poche.
Quindi i traduttori nepalesi possono stare tranquilli.
Mettiamo invece che sia l’autore a essere nepalese e che il suo libro venga acquistato da una casa editrice italiana e diventi uno di quei diecimila titoli di cui sopra. Il pericolo è che, per quanto la casa editrice gli assicuri che il suo traduttore ha vinto il Premio Nobel per la traduzione (non c’è? Dovrebbero istituirlo!), lui, che forse conosce una cinquantina di parole di italiano, perché si sa, gli italiani sono arrivati un po’ ovunque e magari è il pronipote dei primi pizzaioli di Katmandu, supponga di poter leggere il proprio libro tradotto; o magari abbia l’amico-di-cui-mi-fido-come-di-me-stesso di origini italiane e decida di consegnargli la traduzione perché la legga e la giudichi, anche se suddetto amico di solito si occupa di fluorocarburi, scissione dell’atomo o coltivazione della iuta e non parla l’italiano da vent’anni.
Da quel momento inizierà un’attenta vivisezione della traduzione, durante la quale l’autore dibatterà con se stesso o con l’amico se sia lecito che il traduttore traduca samudri con “frutti di mare” invece che “molluschi”, o Ramro dina con “buongiorno” invece che “buona giornata”.
Riuscite a immaginare lo scenario?
Nelle migliori delle ipotesi il libro vedrebbe la luce con tempi editoriali biblici. Nella peggiore, mai.
Questo però è lo scenario che sta dietro alla battuta con cui mi sono divertita a iniziare questo post.
Non tutti gli autori sono così, nemmeno quelli con i trisavoli pizzaioli. Anzi, talvolta tra autore e traduttore si instaura un rapporto di stima reciproca, di amicizia perfino.
Tuttavia, le case editrici non sempre approvano questo legame. Alcune poi cercano proprio di scoraggiarlo. Come mai? Perché se il traduttore e l’autore scoprono non solo di essere molto contenti della propria reciproca buona salute, ma si accorgono che tra loro sta scoppiando l’amore… professionale, ovvio… ciò per la casa editrice può avere due conseguenze, entrambe nefaste:
– metti che, dove non riesce a dilatare irreparabilmente i tempi di consegna una traduzione controversa, ci riescano loro due che, coalizzati in questa sorta di infatuazione lessicale, cominciano a disquisire amorevolmente via Skype, se buongiorno esprima una familiarità inferiore a buona giornata o se i frutti di mare possano ragionevolmente considerarsi molluschi o viceversa?
– metti che, in virtù di questo amore, di questa fiducia, di questa stima, l’autore cominci a chiedere (o addirittura pretendere) sempre quel traduttore? Tu autore nepalese magari questo potere contrattuale non ce l’hai, ma se il successo del tuo libro scoppiasse nelle mani dell’editore quando di te aveva stampato si e no trecento copie e si trova a venderne quindici ristampe? E il traduttore (non sia mai) ne approfittasse per rilanciare al rialzo il suo compenso per la traduzione del secondo?
Per questo capita che le CE disincentivino i contatti diretti. Certo, ci sono casi in cui il traduttore viene invitato a fiere, incontri, presentazioni in cui comparirà il suo autore nepalese, ma capita anche che il traduttore non venga informato. E buonanotte. Io per esempio ho tradotto quasi ottanta libri, ma di miei autori ne ho conosciuto di persona solo uno. Magari nessuno degli altri è mai venuto in Italia, ma vallo a sapere.
IMG_2220E a proposito, a me è capitato di entrare in contatto con qualche autrice che ho tradotto (ne vedete i libri qui accanto). Con Facebook oggi è molto più facile. O si tenta lì, o passando dal loro sito/blog, quello che è. L’ho fatto soprattutto quando c’era qualche passaggio di un libro che non capivo. Ora, se il libro racconta una storia inventata, uno magari messo alle strette dai tempi editoriali o dalla disperazione, può anche arrangiarsi, ma se si tratta di un’esperienza di vita vissuta, certi particolari devono essere corretti.
A parte un’autrice che ha approfittato del mio messaggio per chiedermi notizie dei suoi pagamenti (non era molto esperta del giro e non sapeva che il traduttore, soprattutto italiano, non è esattamente la persona giusta con cui discutere di royalties), io ho avuto sempre scambi piacevoli. Le “mie” autrici si sono sempre dimostrate riconoscenti per il lavoro svolto. Meno male!
E tanto per riportare un esempio virtuoso in cui, al contrario, il traduttore non vorrebbe mail vedere morto il suo autore, come non citare il bellissimo rapporto di Daniel Pennac che, grato del lavoro svolto da Jasmina Melaouah, le paga di tasca propria una cifra, scandalizzato che lei non percepisca royalties per il suo lavoro. Ecco, in questo caso, lunga vita a Pennac!
E voi, cosa ne pensate? Avete mai contattato un autore? Vi è mai capitato un episodio buffo legato al vostro rapporto con lui?
E se siete autori, vi fidereste del traduttore che hanno scelto per voi? Cerchereste qualcuno in grado di leggere il suo lavoro e darne un giudizio?