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PrigioneEh sì, se le violazioni della legge sul diritto d’autore prevedessero sanzioni penali, ci sarebbero ben pochi editori, giornalisti, recensori e blogger in giro. Tutti dietro le sbarre per non aver rispettato quello che è forse il diritto più trascurato di tutta la legge 633/41.
Prima di spiegare cosa intendo però, una piccola premessa.
Per chi non lo sapesse, i traduttori letterari o editoriali sono a tutti gli effetti degli autori. Autori di una traduzione, considerata opera di ingegno al pari di una qualsiasi altra creazione artistica come, appunto, un libro, una canzone o una sceneggiatura. Per questo, i loro compensi vengono calcolati in regime di diritto d’autore e vengono regolamentati dalla legge che citavo prima, cioè la legge 633 del 22 aprile 1941: Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio.
Detto questo, torniamo a noi con un piccolo esperimento. Prendete un quotidiano o una rivista, accendete la televisione o la radio su un programma di intrattenimento, e verificate. Generalmente, quando viene citato un libro scritto da un autore straniero se ne riporta titolo (bene), autore (bene), casa editrice (bene), prezzo (bene) e talvolta perfino il numero di pagine (bene), ma non il nome del traduttore (malissimo!). E questo, nonostante la suddetta legge sul diritto d’autore, articolo 70 comma 3 reciti, papale papale: il riassunto, LA CITAZIONE o la riproduzione DEVONO ESSERE SEMPRE ACCOMPAGNATI DALLA MENZIONE del titolo dell’opera, dei nomi dell’autore, dell’editore e, se si tratti di traduzione, DEL TRADUTTORE, qualora tali indicazioni figurino sull’opera riprodotta.
Orbene, invece, il nome del traduttore non figura mai. O quasi mai.Uomo invisibile
Tant’è che i traduttori, professionisti dotati di amara autoironia, si sono da sé ribattezzati AUTORI INVISIBILI perché sono a tutti gli effetti autori di una traduzione, come dicevo, ma del tutto invisibili agli occhi non solo di chi i libri li legge, ma anche di chi ne parla per professione. Perché?
Quando si interpellano gli addetti della carta stampata la spiegazione che si riceve è spesso che gli spazi a disposizione sono risicati e che il nome del traduttore proprio non ci sta. Ma allora, negli articoli? Nelle recensioni? E quando a citare un libro è una trasmissione televisiva o radiofonica?
Credo che di fatto, nessuno rispetti la legge per abitudine, perché in fondo a chi vuoi che importi? Tanto non ci sono, appunto, ripercussioni di alcun tipo, no?
Salvo poi assistere a situazioni divertenti e un filo paradossali, come quando una recensione si spertica in lodi per lo “stile fluido” della narrazione, per i divertenti giochi di parole e il lessico forbito… tutto frutto del duro lavoro di un misconosciuto traduttore che ha trascorso giorni interi e magari nottate intere al computer per rendere fluida la narrazione, per tradurre giochi di parole intraducibili e per trovare tutti i sinonimi possibili di disse, perché nell’originale l’autore non ha usato altro verbo per introdurre un discorso diretto e la casa editrice di disse non ne voleva vedere nemmeno uno.
Perché credetemi, Stephenie Meyer, la Rowling, Grisham, George R. R. Martin e compagnia bella, NON scrivono in italiano. Qualcun altro lo fa per loro.
Bene, o male.
E questo è un elemento da non sottovalutare. Perché se un libro ci piace o non ci piace il merito o il demerito vanno anche al traduttore. Perciò, bisogna imparare a cercarlo, questo nome, per memorizzare, un po’ alla volta quelli dei traduttori che probabilmente ci regaleranno una lettura gradevole o addirittura memorabile. Io ho i miei autori preferiti, ma se quando apro il libro sul frontespizio trovo il nome di un traduttore che apprezzo, so che non andrò incontro a sorprese. E vi garantisco che in certi casi è fondamentale.
Perciò, impariamo a citare il nome dei traduttori, impariamo a conoscere e a riconoscere i loro nomi in modo che quello che è un diritto sancito dalla legge diventi anche uno strumento per avere fra le mani libri sempre più belli e accurati. Un bel guadagno per tutti!