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Presentazioni dal vivo, gioie e dolori?
Ammetto che il mio immaginario si è formato (in parte) con la visione de La signora in giallo, dove Jessica Fletcher, che scriveva ben poco e quasi sempre solo durante la sigla, nelle varie, innumerevoli puntate passava il suo tempo risolvendo casi di omicidio tra la presentazione di un libro e l’altra. Ora volava di qui, ora di là, sempre con lettori e lettrici entusiasti pronti ad avvicinarla per un autografo, che lei concedeva DSCF4116con un sorriso benevolo.
E proprio in quel telefilm ho sentito parlare per la prima volta di tour promozionali. In sostanza, all’uscita di ogni libro Jessica Fletcher partiva per metropoli, città e paesi per far conoscere la sua nuova fatica letteraria, accolta sempre con onori e applausi.
Questa la finzione televisiva o, forse, la realtà anglosassone.
Da noi?
Credo che le presentazioni si dividano in due categorie. Quelle degli scrittori e dei personaggi famosi che hanno scritto (o si sono fatti scrivere) un libro. Quelle degli scrittori che hanno scritto un libro ma non sono, non ancora, famosi.
Nelle prime, ovvio, l’affluenza è copiosa. E i motivi possono essere molteplici. Intanto, la persona famosa attira di per sé. Attori, calciatori, comici, scrittori maledetti o perseguitati e star dei social attirerebbero anche solo stando in piedi in una vetrina antisfondamento. Figurarsi con la possibilità di sentirli parlare, di avvicinarli per una foto e un autografo. Ecco allora materializzarsi folle più o meno eccitate di fan, tutte/tutti con il libro già in mano, così, sulla fiducia, per simpatia, per stima o magari per via degli ormoni impazziti.
Ricordo la coda al Salone del Libro: centinaia di persone in fila per ore per una firma e due chiacchiere con Saviano. La Feltrinelli straripante per il romanzo rosa di Gianpaolo Morelli. Il parapiglia per accedere alla presentazione del libro di Marco Bocci nella Mondadori del Duomo a Milano. Giusto per fare qualche nome famoso sia di scrittori-scrittori, sia di altro-scrittori.
In questi casi nessuna incognita, ovvio. Tutti sanno che la presentazione sarà un successo e che, casomai, il problema sarà gestire l’affluenza.
Ma per quanto riguarda l’altra categoria, quella degli autori emergenti, sconosciuti, semi sconosciuti o conosciuti solo virtualmente, la questione si fa più incerta.
A chi mi domanda se fare presentazioni oggi, al tempo di Facebook, Twitter, Instagram ecc, serve ancora, mi piacerebbe poter rispondere con un entusiastico sì. La verità invece è che non lo so. La sensazione è che non ci sia una regola. Anzi, forse l’unica regola che vale è che a te, autore, piaccia farne a prescindere dall’esito. Perché quello è sempre molto aleatorio.
Non parlo ovviamente delle presentazioni nel luogo di nascita, che pure rischiano di rivelarsi insidiose, nel caso il detto nemo propheta in patria decidesse di dimostrare la propria proverbiale veridicità proprio in quell’occasione. Ma diciamocelo, se si può contare su una famiglia media e se non si è esseri umani totalmente sgradevoli o sociopatici, qualche parente e qualche amico lo si raduna anche in caso di pioggia torrenziale, canicola, neve, scioperi e pestilenze (tutto verificato di persona).
Quindi la presentazione a KM 0 di solito è un successo.
Più ci si allontana da casa, però, più le incognite aumentano. Tanto che può capitare di presentare il proprio libro, ahimè, davanti a una platea di sedie, o in situazioni nelle quali il numero dei relatori è superiore al numero di presenze nel pubblico.
15181697_10211485294398188_7106089319176265498_nFondamentale, in base alla mia esperienza, è che quando ci si allontana da casa la presentazione abbia un referente di fiducia. Qualcuno che si fa carico di accoglierti nel vero senso della parola. Qualcuno che smuova conoscenze, amicizie, e parenti, per farti trovare una sala dignitosa, se non addirittura affollata. Qualcuno che sappia creare aspettativa, entusiasmare. Qualcuno che non si limiti solo a metterti a disposizione quattro muri e due sedie, ma che vada a cercare le persone giuste che potrebbero essere interessate a te.15356521_1128855787234855_5803185146623812891_n
Tanto più che organizzare eventi su FB non offre mai molte garanzie. Di per sé l’evento sarebbe un modo comodo per capire che tipo di affluenza aspettarsi, salvo che ormai “Ignora” non lo clicca quasi più nessuno perché viene considerato un po’ rude e comunque, basta ignorare di fatto. “Mi interessa” è il nuovo No e “Parteciperò” è il nuovo Forse. Perciò siamo punto e a capo.
Come mai?
Ho cercato di darmi delle risposte, anche se non so se sono quelle giuste.
La prima sensazione è che in certi casi, noi autori ci consideriamo più interessanti di quanto siamo in realtà. E ho battezzato questa ipotesi come la Teoria dello yogurt.
Intanto, ormai le librerie sono affollate di libri come i banchi frigo sono affollati di marche di yogurt e quindi è già un miracolo se un lettore allunga la mano proprio per afferrare il tuo (e a ben pensarci la shelf life dei libri e degli yogurt comincia a essere sempre più simile). Ma per quanto riguarda le presentazioni, la similitudine è un’altra. Quando compriamo uno yogurt, scegliamo la marca che ci piace perché ci offre garanzie di qualità, scegliamo il gusto che ci piace, lo mangiamo con piacere, magari lo consigliamo alle amiche, ma raramente ci interessa sapere chi lo ha confezionato, come si chiama la persona che controlla la produzione, cosa fa durante il tempo libero e come gli è venuta l’idea di creare il gusto radicchio liquirizia. Vero? Compriamo lo yogurt, lo mangiamo ed è finita lì.
15202657_10211485294958202_7176170512233292717_nIn certi casi ho l’impressione che valga lo stesso per i libri. Sono un prodotto. Che si sceglie, si paga, si consuma. Punto. Non sempre scatta il desiderio di scoprire di più, di sapere se l’autore ha partorito l’idea fermo a un semaforo o mentre gli trapanavano un dente del giudizio.
La seconda sensazione riguarda i social. Un cantante, tempo fa, alla mia domanda su come erano cambiate le fan, mi disse che con l’avvento dei social si erano fatte virtualmente più disinibite, ma di persona si facevano prendere dalla timidezza. E lo diceva con un filo di rimpianto, magari pensando ai bei tempi in cui, per esempio, le fan si arrampicavano lungo le grondaie per arrivare alla stanza dei Duran Duran a Sanremo. Perciò forse lo stesso vale anche per gli scrittori. Sui social i contatti sono più immediati, privi di filtri e di soggezione, ma poi, il pensiero di incontrare una persona dal vivo frena, inibisce. Vallo a sapere.
O magari è tutto un problema di accessibilità. Quella che, scomodando un altro alimento, io chiamo la Teoria del melone thailandese.
Lo avvertite anche voi, vero, il fascino del melone thailandese? Basta quell’acca tra la t e la a per renderlo più buono e saporito. Se vi dicessero che avete l’esclusiva occasione di provare dal vivo la dolcezza di un melone thailandese, proprio lì, nel vostro supermercato di fiducia, non correreste? Almeno per vedere che aspetto ha dal vivo? Scommetto di sì (come scommetto che siete subito corsi a vedere se esiste davvero e com’è. Avanti dite la verità!). Perché non capita tutti i giorni di imbattersi in un melone thailandese.
Mentre invece, i nostri meloni italiani sono sempre lì, più o meno disponibili otto mesi su dodici. Buoni, ma, appunto, sempre accessibili. Un po’ come noi autori, che con FB siamo sempre a portata di mano. Per questo, quando arriva uno scrittore straniero ecco addensarsi le folle oceaniche, mentre quando arriva uno scrittore italiano, a meno che non rientri in una delle categorie sopracitate, il pubblico si fa più sparuto, più latitante. Perché, forse, sa già tutto, ci vive quotidianamente.
Dove starà la verità? Nella teoria dello yogurt? In quella del melone thailandese?
Non lo so. Quello che so è che a me, come lettrice, le presentazioni piacciono. Cerco di partecipare il più possibile quando so che ne viene organizzata una di un certo autore, anche se per esempio devo guidare un’ora per arrivarci. E come autrice mi piacciono ancora di più. Mi piace quando ho davanti persone dall’aria interessata, poche o tante che siano, mi piace cercare di convincere la gente a comprare il mio libro e confrontarmi con chi lo ha già letto. Cerco di tenere a freno l’ansia da sala vuota e di dare il meglio a chi ha deciso di dedicarmi il suo tempo.
E voi? Cosa ne pensate? Le presentazioni servono? Avete altre teorie sull’argomento?